lunedì, aprile 20

CIVITA SARETINA

CIVITA SARETINA

Tratto da Storia dei Frentani di Domenico Romanelli

§. 14.

CIVITAS SARITINA

Non è possibile di trovar memoria di questa città ne' geografi, negli storici, o negl'itinerarj antichi. Noi abbiam ritratta l'idea di sua esistenza dal passo di Plinio, che abbiamo interpretato nella topografìa di Castrum Saricenorum, in cui il romano geografo distinse i Carentini supernati, ed infernati, perché abitavano al di' sopra, ed al di sotto del Saro: Intus Anxani cognomine Frentani, Carentini supernates, et infernates. Se noi toglieremo a questo passo 1'idea di due popolazioni, che abitavano nella parte superiore, ed inferiore del fiume, non sapremo render ragione, perche Plinio l'avesse distinto col nome di supernati, e d'infernati, come oggi dicesi l'alto, e basso Reno, 1'Austria superiore, ed inferiore, e 1' alta, e bassa Sassonia.

Eran dunque due città, e due popoli, uno de' quali abitava sull'alto del fiume, e 1'altro nel piano. Essi avean nome di Sarentìni, o Saritini, perché le loro sedi non eran lungi dal fiume Saro. Questo nome, che indicava la vicinanza del fiume, fu depravato dai copisti in Carentini , come si legge in Plinio : Carentini supernates, et infernates, in Caraceni, come si ha in Tolommeo : Caracinorum, qui sub Frentanis sunt, Aufidena, e finalmente in Caricini, come si ha da Zonara : ast Caricinorum oppugnatio difficilis sane fuit. Noi abbiamo tutto il fondamento di credere, che nel passo di Plinio legger si dovesse Saretini, come si ha da alcuni codici mss., o Caretini, come osservò l'Arduino , siccome in Tolommeo, e Zonara, invece di kαρακηνων Caracenorum, si leggesse Σαρακηνων, o Σαρακινων, cioè Saracenorum, o Saracinorum. Si conferma la nostra correzione dai nomi, che nelle vecchie carte si davano a questi popoli di Sarensi, e Saricensi castrenses, e montani per indicarsi quelli, che abitavano su de' monti, e di Saricensi pontini, e maritimi per indicarsi gli altri, che avean sede presso il mare. Noi ne abbiam parlato nelle nostre Scoverte Frentane.

Or questi due popoli detti Saritini, e Saricenses, divisi in supernates, ed infernates, ovvero in montani, e maritimi, aveano due città per loro sede, una su de' monti, e l'altra presso il mare. Noi abbiam parlato della prima col nome di Castrum Saricinorum nella topografia del Sannio. Parleremo ora della seconda.

Siccome per dare nome di Castrum alla prima sede noi ci siamo appoggiati alle vecchie carte, nelle quali si da a' suoi popoli il titolo di Castrenses, così per attribuire il nome di Civitas alla seconda verso mare noi abbiam tratta ragione dalle medésime carte, in cui i suoi popoli son detti Civitatenses. La prima adunque appellavasi Castrum Sari, e la seconda Civitas Sari.

Correndo in traccia di questa seconda sede de' popoli Sarentini, noi 1'abbiam trovata nel ben noto, e famigerato bosco di Torino, due miglia dal mare, e dal fiume, sopra 1' eminenza del colle in una pianura. Anche oggi se ne appella il sito Civita di Sangro. Immensi ruderi di antichità ne ingombrano ad ogni passo il suolo. Caduta 1'antica città venne rifatta, ed abitata ne' mezzi tempi, come apparisce da molti documenti, che fanno memoria delle chiese, dei beni, degli abitanti, e de' terreni, che allora possedeva (1). Oggi tutta questa pertica Civitatense è incorporata alla comunità di Torino. Parlaron di essa il Biondo, l'Alberti, il Negro, e Paolo Merula. Ella si diceva ancora civita di Sangro ne' bassi tempi, come si ha da una donazione di Trasmondo conte di Chieti fatta al monastero di S. Giovanni in Venere, e confirmata con suo diploma segnato nel 1195 dall'imp. Errico VI riportate dall'Ughelli nella serie de' vescovi Teatini : Confirmamus in terra Theatina in demanio Roccam s. Iohannis, Fossamcecam, Civitatem Sangri.

Or l'argomento non dubbio, che prova 1'esistenza dell'antica città di Saro, ci si porge da molti avanzi di saldi edificj, die vi restano ancora, che poi servirono di fondamenta alle nuove case, e dalla seguente votiva iscrizione trovata tra le sue ruine, in cui M. Sulpicio Edentulo sciolse il voto ad Igia dea della sanità, come figlia di Esculapio. E' riportata benanche dal Muratori (2) :

HYGIAE
SALVTARI
M. SVLPICIVS
EDENTVLVS
V. S. L. M.
TEMPLVM ET VICVS VENERIS.

Su di ameno rilevato promontorio bagnato dalle acque dell'Adriatico, a tre miglia al settentrione del fiume Sangro, si fondò dagli antichi ricchissimo tempio a Venere dedicato col nome di conciliatrice. Presentava una nobile forma ottangolare, innanzi la cui porta si apriva un vestibolo sostenuto da sei colonne di porfido, di cui restano ancora gli avanzi. Un bell'ordine di gradini ne adornava l'entrata. Nel secolo XV ne rimaneva una gran parte, e specialmente molte belle pietre riquadrate, e de' larghi mattoni, di cui n'eran composte le mura. Noi ne siamo assicurali da una relazione istorica riportata dal Pollidoro (3), che fu inviata nel 1442 al card. Latino Orsini allora commendatario del monastero di S. Giovanni in Venere da Francesco de Robertis di lui vicario generale: ex quadratis ad normam lapidibus , magnisque ìateribus coctis, quibus ingentes compacti erant parietes, praestantissimum, ac valde magnificum quondam fuisse opus credendum est. Parlarono ancora di questo famoso tempio il Biondo, 1'Alberti, Paolo Merula, il canonico Baroncini , 1'Orlendio, ed altri, da' quali tulli fu descritto pel più nobile, sontuoso, ed elegante, dalle reliquie, che si vedevano ancora a' loro tempi. Questo giocondissimo sito e per fertilità di terreno , e per prospettiva di orizzonte, e per acque limpide, e perennj appartiene al mio suolo natale, onde ognuno può immaginare quante volte sia stato da me veduto, e ricercato. Oggi di questo famoso tempio non resta affatto alcun vestigio patente, perché sopra i gran massi delle sue mura fu fondato nel decimo secolo superba chiesa, e monastero contiguo da Trasmondo marchese dii Chieti in onor di S. Benedetto col nome di S. Giovanni in Venere.

Tuttavia se un attento osservatore andrà in traccia de' ruderi appartenenti all'antico tempio, potrà vederli nelle belle colonne di cipollino, nelle are di bianco marmo, e nel pavimento del succorpo della detta chiesa, in molte pietre corniciate, e riquadrate, che servirono di materiali alle nuove mura, ne' quattro torsi di colonne di un bellissimo granito Egiziano , che furon posti all'entrata delle due porte laterali nella basilica superiore, e finalmente nel lungo architrave di granito, che sostiene la porta maggiore. Sotto di questa porta detta comunemente della Luna, si aprono fornici, e portici sotterranei, che corrispondono alla piazza dell'antico tempio, e dove il citato vicario de Robertìs ravvisò le gran pietre riquadrate, ed i larghi mattoni, di cui eran composte le mura. Il Pollidoro vi riconobbe al suo tempo una sorgente di acqua solfurea, che non mancava negli antichi tempj, dove si rendevan oracoli, ed un antro sparso di varie nicchie , e di camerette, nelle quali apparivano avanzi di sedili di pietra, ed alcune pitture nelle pareti dall'antichità, e dall'umido cancellate. Era questo il penetrale degli oracoli, intorno a cui si aprivano i latiboli pe' sacerdoti Venerei. Al presente tutto il sotterraneo e chiuso di forti mura formate a bella posta per servir di sostegno alla gran facciata del tempio, che minacciava ruina. Tra i ruderi del sacro penetrale si trovarono le due seguenti iscrizioni, la prima in una bell'ara corniciata, e la seconda in una tavola marmorea di questo tenore :

. . . . . . . . . . . . . . . . .

VENERI COKCILIATRICI.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .

QVINTILLAE L. HERVTII
. . . . . . . . DONVM

VENERI

Dal tempio di Venere prese nome il porto sottoposto, ed un vico, che si vedeva nel colle. Questo celebre porto non altro oggi presenta, che immensi, ed enormi avanzi di mura reticolate tratte in linea retta verso il mare, in mezzo delle quali sorge una fontana di acque limpidissime. Bisogna dire, che il mare siasi qui ritirato per comprendere, perché queste mura ne restino per molti passi lontane. Di questo porto col nome di porto Venere troviamo infinite memorie ne' diplomi, e nelle carte de' passati tempi. In un diploma dell'imp. Giustiniano riportato dall'Ughelli ne' vescovi Teatini si legge, che Tertullo padre di S. Placido donasse a S. Benedetto in mari Adriatico, ubi fluvius Sacer mare ingreditur, portum Veneris. E sebbene da tutti i critici sia stimato questo diploma finto nel secolo posteriore a Giustiniano, tuttavia ci porge l'idea del porto di Venere, che esisteva in quel tempo. Più chiara memoria si ha di questo porto, e del vico Venere dal diploma di Trasmondo marchese di Chieti segnato nell'anno 973, che io riporto interamente, come fu riferito dal Pollidoro, perché ci porge interessanti memorie non solo dell'erezione del nominato monastero, che de' luoghi vicini : Anno ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi nongentesimo Septuagesimo tertito, indictione prima. In mense Iulio. Praeceptum, quod ego Transmundus inclytus Marchio facio de benefactione, et tutela mea in honorem Dei, et S. Mariae Virginis, et beati Iohannis Baptistae tibi Aliprando religioso rectori, et fratribus cellae S. Mariae, et s. Iohannis in promontorio Veneris. In primis mea libera voluntate dono pro Dei amore et pro anima mea totam terram fructiferam, quae incipit a Vico i et descensu Cellae supradictae, et finit in fluvium Sagrum, et ab oriente habet mare, et ab occidente habet viam Apuliensem ( 1' antica via Trajana ). Item dono medietatem introytus Portus Veneris, et omnem sylvam ciim tenimento seminali quod dicitur Gandulphi ìnter Amnium, et Molariam ( cioè tra '1 fiume. ed il molino ) cum tota jure, et pertinentia sua secundum fines, quos habet Chartula commutationis meae, quam feci cum filiis Arnulphi Contitis, ad habendum, et possidendum a Servis Dei in perpetuum : Et volo, quod omnia, et cuncta bona Cellae S. Mariae , et s. Iohannis, et omnes rationes suas esse de tutela, et defensione mea et flliorum meorum, et heredum ipsorum in tota Marchia mea, ( cosi allora appellavasi la provincia di Chieti ) et offensoresa penari de emenda. Et mando omni Gastaldatui justitiam fidelem super omni re dictae Cellae tam in praesenti, quan in futurum in perpetuo. Quod praeceptum scribere feci in civitate Anxa ( oggi Lanciano) per Aldegisum scribam meum, et typario meo signavi, et subscriptionem posui manu mea Ego Transmundus inclytus Marchio-Signum mei Aldegisi scribae.

Sulla pianura pria di scendersi al menzionato porto, si sono trovati moltissimi sepolcri o ricoverti di tegoli, o di marmo. In uni lapida si lesse :

MARTINA
CONSERVO DONO
QVI VIXSIT AN.
MECVM XXXV B. M.

Qui presso vedevasi il Vico Venere, di cui restano infiniti avanzi.



(1) V. le nostre S coverte Frentane vol. I. Cittì di Saro.
(2) Murat. clas. I. pag, 21.
(3) Pollid. de Monast., s, Ioan. ms.

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